Quali sono queste verità sapienziali? Sono alcune di quelle già ricordate ed altre nuove. Ad esempio: il fatto che esista una sapienza, che esistano dei sapienti e che tutti gli uomini vogliano essere beati. Ma, soprattutto che: "bisogna vivere giustamente, bisogna subordinare il peggio al meglio, mettere sullo stesso piano le cose uguali e dare a ciascuno il suo; ... l'incorrotto è migliore del corrotto, l'eterno del temporale, l'inviolabile del violabile; ... si deve distogliere l'animo dalla corruzione e rivolgerlo verso l'incrruttibile...; una vita... non smossa da nessuna avversità da un sicuro ed onesto modo di pensare, è migliore di quella che è stroncata e capovolta dalle avversità temporali" (2 10, 28).
Ora è indubbio, prosegue Agostino, che chi vive seccondo queste regole viva sapientemente. Esse appaetengono alla sapienza e solo mettendole in pratica ognuno può divenire sapiente. Ed è quindi per sè escluso che ogni ideale di sommo bene che sia in contrasto con queste norme di vita possa dirsi ed essere il vero sommo bene.
"Dunque - quanto concludi Agostino - sono vere ed immutabili le regole dei numeri la cui legge e verità hai detto essere presente immutabilmente e comunamente a tutti quelli che la guardano, tanto sono vere ed immutabili le regole della sapienza di cui alcune appena sottoposte singolarmente al tuo giudizio hai ammesso essere... comunemente presenti alla contemplazione di tutti coloro che sono in grado di comprenderle." (2, 10, 29).
Esiste, un Padre della Sapienza, e dato che la Sapenza è uguale al Padre, sebbene da lui generata.
Da quest'ultima identificazione o eguagliaazione, saremmo tentati di dire, o: meglio ancora, "dichiarazione di consustanzialità", che giunge alla fine della prova dell'esistenza di Dio, si capisce il perchè dell'oscillazione di S. Agostino, o della sua tranquillità e nonocuranza nel parlare: talora, di una sola verità nella quale e "per" la quale (cfr. fine § 36) noi comprendiamo le altre verità pure immutabilmente vere, e, talora, delle stesse verità numeriche e morali, come se fossero esse quella Verità (cfr. specialmente il § 34).
Il fatto è che il proplema principale che Agostino ed Evodio intendono perseguire in questa seconda parte del De libero arbitrio è quello dell'esistenza di Dio e non della natura del divino. E mi pare che ciò sia cnfermato dalla ristosta che Agostino aveva già dato ad Evodio quando costui, all'inizio della prova dell'esistenza di Dio, non si era accontentato di chiamare Dio: ciò a cui la sua ragione era inferiore, ma: "ciò a cui nessuno è superiore" (cfr. 2, 6, 14). Infatti, anche in quella occasione, Aostino fa capire che: sia che esista, sia che non esista una realtà superiore a quella che sarà mostrata superiore alla nostra ragione, rimarrà comunque provato che Dio esite. Ed anche ora, giunte alla fine della prova, Agostino ribadisce: "Tu... mi avevi concesso che se avessi dimostrato che c'era qualcosa al di sopra dei nostri spiriti avresti riconosciuto che è Dio, se non ci fosse stato nulla al di sopra di essa. Ed io accettando la tua ammissione dissi che mi sarebbe bastato fare questa dimostrazione. Percè, se c'è qualcosa di più eccellente, questo qualcosa è Dio, ma se non c'è, già questa stessa verità è Dio" (2, 15, 399
Si capisce allora come l'interesse di Agostino sia minimale, per così dire, sulla quistione dell'essenza, della natura di Dio. Perchè tale era l'impegno assunto.
Maria Grazia Fida
Pedagogista e scrittrice
Esiste, un Padre della Sapienza, e dato che la Sapenza è uguale al Padre, sebbene da lui generata.
Da quest'ultima identificazione o eguagliaazione, saremmo tentati di dire, o: meglio ancora, "dichiarazione di consustanzialità", che giunge alla fine della prova dell'esistenza di Dio, si capisce il perchè dell'oscillazione di S. Agostino, o della sua tranquillità e nonocuranza nel parlare: talora, di una sola verità nella quale e "per" la quale (cfr. fine § 36) noi comprendiamo le altre verità pure immutabilmente vere, e, talora, delle stesse verità numeriche e morali, come se fossero esse quella Verità (cfr. specialmente il § 34).
Il fatto è che il proplema principale che Agostino ed Evodio intendono perseguire in questa seconda parte del De libero arbitrio è quello dell'esistenza di Dio e non della natura del divino. E mi pare che ciò sia cnfermato dalla ristosta che Agostino aveva già dato ad Evodio quando costui, all'inizio della prova dell'esistenza di Dio, non si era accontentato di chiamare Dio: ciò a cui la sua ragione era inferiore, ma: "ciò a cui nessuno è superiore" (cfr. 2, 6, 14). Infatti, anche in quella occasione, Aostino fa capire che: sia che esista, sia che non esista una realtà superiore a quella che sarà mostrata superiore alla nostra ragione, rimarrà comunque provato che Dio esite. Ed anche ora, giunte alla fine della prova, Agostino ribadisce: "Tu... mi avevi concesso che se avessi dimostrato che c'era qualcosa al di sopra dei nostri spiriti avresti riconosciuto che è Dio, se non ci fosse stato nulla al di sopra di essa. Ed io accettando la tua ammissione dissi che mi sarebbe bastato fare questa dimostrazione. Percè, se c'è qualcosa di più eccellente, questo qualcosa è Dio, ma se non c'è, già questa stessa verità è Dio" (2, 15, 399
Si capisce allora come l'interesse di Agostino sia minimale, per così dire, sulla quistione dell'essenza, della natura di Dio. Perchè tale era l'impegno assunto.
Maria Grazia Fida
Pedagogista e scrittrice